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Publication Type:

Magazine Article

Authors:

Giulio d'Antona

Source:

La Stampa, Torino, IT (2026)

URL:

https://www.lastampa.it/cultura/2026/04/11/news/jorie_graham_poesia_ambiente_clima-15580217

Abstract:

INTERVISTA La poeta americana: «Prestare qualsiasi tipo di attenzione è un atto politico. L’Ai può imitare una domanda, ma la curiosità vera ha origine solo nell’anima»

Full Text:

Il 2040, per quanto riguarda il futuro della Terra, è un traguardo possibile. È la data che gli accordi di Parigi hanno stabilito come ultima per la riduzione delle emissioni, se non vogliamo che il nostro pianeta subisca conseguenze catastrofiche e che l’umanità scivoli definitivamente verso una fine ormai tanto predetta e troppo poco presa sul serio.

La poeta americana Jorie Graham, premio Pulitzer nel 1996, osserva questo traguardo con composta preoccupazione e prova a tracciare l’immediato futuro degli uomini attraverso una raccolta di poesie che è al contempo vaticinio e computo: 2040 (in Italia per Crocetti e la traduzione di Antonella Francini), appunto.

Il 2040 è un traguardo di speranza, di resa dei conti o di lutto?
«Gli accordi di Parigi puntavano in realtà al 2030. Il fatto di non poter usare quella data mi ha turbato. Ho scelto il 2040 – che poi l’Unione europea ha adottato come traguardo a sua volta – perché il 2030 è troppo “vicino” rispetto al modo in cui immaginiamo il futuro e a quello in cui sentiamo di poter agire. Il 2040 è appena oltre il raggio dell’esperienza vissuta quando cerchiamo di immaginare il futuro della vita sulla Terra. È abbastanza vicino, ma abbastanza distante da farci credere che possiamo ignorarlo. Pensiamo: “Chissà, forse per allora qualcosa verrà a salvarci: un’invenzione, un evento di raffreddamento, qualche nuova tecnologia, e qualunque cosa accada, non accadrà davvero nel corso della nostra vita”. Si trova sul confine dell’inimmaginabile. Da questa distanza cerco di risvegliarci a quella che si potrebbe chiamare “empatia radicale”».

Cioè?
«L’idea che si debba avvertire un senso di responsabilità, e che si possa addirittura essere chiamati ad amare persone che non sono i nostri figli, che possiamo facilmente continuare a non vedere. Quegli stranieri che tante tradizioni religiose ci esortano ad amare sopra ogni altro. Che subiranno le conseguenze di tutte le nostre azioni, ma che siamo tentati di cancellare dall’immaginazione».

È compito della poesia?
«Forse la poesia, aprendo un terreno di visione “retrospettiva” può disorientarci e riorientarci verso l’urgente lavoro della responsabilità collettiva».

La sua voce narrante in 2040 viene da oltre la fine annunciata…
«A volte ci vuole la chiarezza che dà una visione retrospettiva per riuscire a vedere un presente altrimenti offuscato. Molti di noi non riescono a vedere ciò che ancora posseggono, e certamente non riescono a immaginarne l’estinzione. È una richiesta enorme per l’immaginazione. Non è la stessa cosa della scomparsa. 2040 ha tra i suoi obbiettivi quello di conoscere ciò che abbiamo e capire cosa significhi perderlo per sempre».

È per questo che scrive?
«Scrivo per risvegliare in me stessa la realtà insondabile di ciò che si intende con “scomparso per sempre dalla creazione”. Abbiamo bisogno di essere scossi avanti e indietro nel nostro rapporto con la temporalità per cercare di svegliarci. La poesia, a volte, può riuscirci».

La memoria, nel mondo regolato dalla Ai, è diventata un atto politico?
«Sì. Prestare qualsiasi tipo di attenzione è diventato un atto politico. Soffermarsi, percepire, sentire, usare i propri sensi: sono atti di resistenza. Dobbiamo provare ad aggrapparci anche ai più esili atti di percezione, che forniscono il materiale grezzo che potrebbe trasformarsi in memoria. I direttori dei musei ora misurano il tempo che le persone trascorrono davanti a un dipinto in secondi. Un’attenzione così decimata non può generare memoria umana. Non c’è immaginazione senza memoria. La nostra capacità di immaginare qualsiasi tipo di futuro dipende interamente dalla nostra capacità di immagazzinare, evocare e vivere il passato».

Cosa crede che l’Ai non possa contenere e che invece la poesia può?
«L’Ai non ha un corpo. Qualsiasi conoscenza nasce dall’esperienza. L’esperienza, per definizione, coinvolge prima di tutto un’esperienza vissuta attraverso i sensi. Un’idea, nel linguaggio non è solo ciò che pensiamo. È come sentiamo ciò che pensiamo. Il nostro corpo è coinvolto a ogni livello del nostro intelletto concettuale».

La poesia veicola questo concetto?
«Direi che vale anche per la matematica pura. Ed è ovviamente il caso di quella matematica divina che chiamiamo composizione musicale. In ogni modo, la creazione nasce dall’humus della sensazione corporea, risale attraverso l’emozione e infine raggiunge la cognizione. Con l’Ai, per quanto si crei un’illusione di scambio drammatico per farci credere il contrario, abbiamo a che fare con qualcosa che opera esclusivamente nel regno della cognizione. E anche questo è un complesso rigurgito di materiale cognitivo precedente ingurgitato».

Un pensiero riciclato?
«Il pensiero è una risposta a un’urgenza; è pieno di soggettività, per quanto oggettivo lo si voglia. Tutto ciò che viene enunciato in linguaggio è sempre anche una domanda. L’Ai può imitare le domande, ma una domanda vera può avere origine solo nell’anima. Implica una crisi. Alla fine, sale al regno dell’idea, ma la cognizione arriva molto tardi in questo processo. Con nostro grave danno, stiamo riducendo tutta l’esperienza a un’imitazione della cognizione più superficiale. È un disastro umano. Ed è un disastro anche per il pianeta, su cui esseri umani così dissociati purtroppo impatteranno sempre più pesantemente».

Di pari passo con la crisi della democrazia?
«La diseguaglianza porta inevitabilmente alla distruzione dei sistemi democratici. Ma lo stesso fa l’ascesa della tecnologia autoritaria massiva, che implica una lettura distorta del tempo e una presa di potere da parte di pochissimi contro una vasta umanità di cui svalutano il valore e di cui vorrebbero poter fare a meno. È dunque una vasta crisi dell’immaginazione, ma è anche, come Papa Leone continua a ricordarci, una crisi di compassione. È un assalto tremendo allo spirito umano, deformato com’è dalla sua dipendenza da una tecnologia che monetizza l’emozione per esercitare un controllo totale sull’anima».

Eppure, 2040 finisce con una nota di speranza…
«Ho speranza. Non perché creda nei miracoli, ma perché credo nell’imprevedibile, nelle conseguenze inattese. La storia del collasso delle società è la storia dell’umanità. E cose straordinarie crescono all’indomani del collasso. Ogni tipo di eventi inaspettati può sorprenderci e trasformarci. Bruciamo i campi per consentire una nuova crescita».

Stiamo cavalcando una catastrofe che annuncia un cambiamento?
«Non so. Ma se lo è, credo nell’inevitabilità del rovesciamento, del recupero, della reinvenzione, della resurrezione, ogni volta, di qualcosa di bello nel mondo umano, per quanto temporanea possa essere. Ci sarà nuova vita. C’è sempre stata, non importa quanto riusciamo, ogni volta, a fare danni. È palesemente qualche difetto in noi che ci porta a deragliare ogni volta. Voglio dirlo qui, per la prima volta: è una forma di avidità. Questo ci ha portato a mordere quella mela, dopotutto, e ora mordiamo il logo di Apple».

È una forma di responsabilità spirituale, come lei dice della poesia…
«Ho sempre scritto per coloro che potrebbero dissotterrare per caso le nostre parole dalle macerie. Le mie parole anonime saranno circondate, se mai venissero trovate in qualche strato geologico, da una quantità enorme di immaginazione straordinaria di cui la razza umana è stata capace per questa bella e impegnativa manciata di anni».