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poesia del nostro tempo (2026)

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https://www.poesiadelnostrotempo.it/2040-jorie-graham/

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Dalla prefazione di Antonella Francini

[…] Jorie Graham, massima voce della poesia statunitense contemporanea, in 2040 dà alla memoria una centralità che risuona come un’attualizzazione del pensiero agostiniano nella ricerca di una spiritualità laica in un’epoca ipertecnologica in cui la stessa natura umana, e la sua esistenza su un pianeta devastato da chi lo abita, è minacciata da intelligenze artificiali che sfuggono al nostro controllo. Esiste un contratto, ha detto Graham, “fra memoria, immaginazione e creazione […]. L’invenzione dipende dalla memoria: battersi per il mondo vuol dire battersi per la memoria e battersi per la memoria vuol dire battersi per la capacità di immaginare” e, quindi, individuare una via d’uscita prima che sia troppo tardi. La memoria è dunque la forza primaria che alimenta i versi di 2040, quindicesimo libro di Graham, uscito negli Stati Uniti nel 2023. Protagonista principale di questa raccolta poetica è una speaker autobiografica che vaga, sola e disorientata, in uno spazio avvolto nel silenzio, in limine fra un mondo che non esiste più e a un passo dalla potenziale estinzione dell’umanità e della sua storia millenaria. Che sia uno stato mentale, una proiezione della coscienza, una dimensione purgatoriale o, come è stato detto, quella zona di transizione fra la vita e la rinascita detta Bardo nel Libro Tibetano dei Morti, lo scenario in cui si muove la narratrice rimanda l’immagine di un tempo e un luogo postumani. Versione femminile del Giano bifronte, la divinità latina degli inizi e delle scelte capace di vedere passato e futuro, questa portavoce di un’umanità scomparsa, o incapace di scegliere fra il bene e il male e succube di poteri virtuali, è allo stesso tempo custode della memoria e colei che racconta e denuncia cosa e chi ha ridotto il pianeta in una terra desolata. […] Il titolo del libro rimanda all’Accordo di Parigi del 2015 il cui obiettivo è mantenere al di sotto di 1,5° C l’aumento della temperatura media globale e ridurre del 90% le emissioni dei gas serra entro il 2040. La preposizione To che, nell’originale, precede la data trasforma queste poesie in un racconto dedicato a chi sarà allora sulla Terra mentre invita i lettori a intraprendere insieme a lei l’arduo viaggio nel tempo verso una via d’uscita attraverso spazi geologici ricordandoci come e perché siamo arrivati a compromettere la nostra stessa presenza sul pianeta. […] 2040 è stato scritto fra il 2020 e il 2022 quando, improvvisamente, un virus, il Covid 19, colpì la nostra funzione vitale, il respiro, come un tragico avvertimento a un’umanità arrogante e irrispettosa del pianeta che abbiamo ereditato. La pandemia ha avuto senz’altro un forte impatto sulla scrittura elaborata in questa raccolta per una autrice che, fin dal suo debutto nel 1980, ha affidato alla parola poetica il compito di essere un ponte fra la mente e il mondo facendo riemergere i fatti storici dai meandri misteriosi della coscienza, filtrati dall’immaginazione, per disporli nelle sue coinvolgenti strutture formali e sperimentazioni stilistiche, diverse da un libro all’altro. Ma anche altri fatti, ricorda Graham, hanno influenzato in quei mesi la sua scrittura: l’innalzamento della temperatura globale, la siccità e gli incendi che devastarono intere aree nell’Ovest americano, in Canada e nel sud dell’Europa, talvolta rendendo l’aria irrespirabile e contaminata; l’invasione russa dell’Ucraina nel febbraio 2022 e le immagini dei corpi dei soldati in trincea e sui campi di battaglia; i corpi dei migranti, salvati o deceduti nel Mediterraneo o lungo il confine degli Stati Uniti col Messico; l’assalto a Capitol Hill a Washington il 6 gennaio 2021, al cuore del body politic americano; l’omicidio di George Floyd a Minneapolis nel maggio del 2020, soffocato dalla pressione del ginocchio di un poliziotto sul collo, le cui ultime parole, I can’t breath, divennero lo slogan di Black Lives Matter e nelle proteste contro il razzismo istituzionalizzato. Terremoti, inondazioni e la crisi delle democrazie contribuirono a dipingere nei mesi in cui prendeva forma 2040 uno scenario tutt’altro che respirabile e rassicurante per il futuro. Sul piano personale, la terapia oncologica a cui Graham dovette sottoporsi nel 2022 rese fra gile anche il suo corpo. Altrettanto minacciata era la memoria umana con l’inarrestabile accelerazione del dominio dei social e il sempre più confuso divario fra fake news e verità – un’altra forma di soffocamento. […] Le quartine, presenti in dodici dei ventidue testi del libro, sono dunque la forma metrica con cui Graham riproduce lo stato d’animo suo e di tutti noi in un momento buio della nostra storia – la forma da cui, come sempre nella sua poesia, scaturiscono la musica, il ritmo, le emozioni e lo stesso contenuto. Anche la frammentazione delle frasi sintattiche riflette lo sgomento e lo smarrimento per lo stato delle cose che talvolta attraversa le nostre coscienze qui interpretati dall’unica sopravvissuta in un visionario racconto lirico dell’ultima Thule contemporanea. Spaventata e in cerca d’aria, questa poeta-vate è dunque investita della responsabilità di preservare, nelle parole dell’autrice, quell’aura spirituale che avvolge la terra, ovvero la memoria di tutto ciò che l’intelligenza umana ha pensato e realizzato nei secoli, nel bene e nel male. […] La presenza dell’attualità nell’opera di Graham non rende certo la sua poesia una poesia d’occasione. Tutt’altro. Il dato storico fornisce lo spunto e la lingua per andare al fondo delle grandi questioni esistenziali ed esplorarle attraverso categorie opposte: la mente e il mondo appunto, lo spirito e il corpo, il reale e il metafisico, l’interno e l’esterno, la nascita e la morte, il privato e il pubblico. Tutta la macchina umana è in azione nella poesia di Graham da più prospettive – intellettuale, politica, filosofica, culturale, personale – nella convinzione, come già accennato, che il poeta debba essere una presenza attivanella storia. Potremmo dire che l’opera di Jorie Graham insegue un’utopia, il sogno di un modello di civiltà ideale da contrapporre ai fallimenti permanenti dell’umanità, che la sua scrittura non volge mai la nostra storia presente e futura in una visione distopica. Come Wallace Stevens ci ha insegnato, altro autore presente nel pantheon poetico di Graham, la poesia è quell’angelo necessario e il poeta quel nobile cavaliere che ci aiutano a resistere con la forza della parola e dell’immaginazione alle spinte antiumane che emergono nei momenti più bui.Anche per Graham il ruolo più alto della letteratura è sempre stato quello di essere un antidoto all’inferno creato da un uso perverso dell’immaginazione e di ciò che più amiamo. […]

Da 2040 (Crocetti Editore 2025), traduzione e cura di Antonella Francini

SIAMO

già estinti? Chi ha
la mappa. Posso
guardare? Dov’è il mio
titolo. È verificabile

la mia storia? Ho
incluso la memoria
degli animali? Le memorie
degli animali. Sono

ancora qui loro? Siamo

soli? Guarda
spuntano
i filamenti. Di memorie. Di chi? Com’era
la terra?

Si muoveva
tramite noi? Qualcosa dice non-stop,
sei qui tu?
Sono reali i tuoi

antenati hai un
corpo hai
te stessa in
mente puoi vedere le tue

mani? – lo hai rotto
il filo? – cerca di sentire lo
strappo dell’altro
capo – accertati dice che

i due capi siano
vivi quando tiri per
tentare di ri-entrare
qui. Un corvo

è arrivato mentre
trascrivo tutto
questo. In-
corporami

gracchia. Saltella
più vicino sul
muretto. Ti ricordi
il dolore il suo

avvicinarsi dice. Lo
guardo. Non avere
fretta dico ma
lui picchietta sul
muretto con il

becco. Il suo manto è
di sole. Mi guarda

lentamente perché
sono immobile &

impaziente. Fissa la mia

solitudine. Iniziano
le cicale. È un vero incontro
questo chiedo. Del vecchio
tipo? Quando c’erano

corvi. No
dice la luce. Tu
qui quasi non ci
sei. Il corvo è partito

tempo fa. Ora
segue il suo filo,
il suo percorso,
per sempre. Conosce

la corrente. Attraversa
le cicale, che tu non senti
ma che ti avvolgono ora. Ma
non è qui chiedo cercandolo

nelle mie strofe.
Non mi ha raggiunta
entrando qui?
Non è entrato qui

alla strofa otto? – & dove

va ora
quando se ne va,
quando ti dico il corvo è dorato,
quando ti dico ha preso il volo &

è partito, & è partito.

 

ARE WE

extinct yet. Who owns
the map. May I
look. Where is my
claim. Is my history

verifiable. Have I
included the memory
of the animals. The animals’
memories. Are they

still here. Are we

alone. Look
the filaments
appear. Of memories. Whose? What was
land

like. Did it move
through us. Something says nonstop
are you here
are your ancestors

real do you have a
body do you have
yr self in
mind can you see yr

hands – have you broken it
the thread – try to feel the
pull of the other
end – says make sure

both ends are
alive when u pull to
try to re-enter
here. A raven

has arrived while I
am taking all this
down. In
corporate me it

squawks. It hops
closer along the stone
wall. Do you remember
despair its coming

closer says. I look

at him. Do not
hurry I say but
he is tapping the stone
all over with his

beak. His coat is
sun. He looks

carefully at me bc
I am so still &

eager. He sees my

loneliness. Cicadas
begin. Is this a real
encounter I ask. Of the old
kind. When there were

ravens. No
says the light. You
are barely here. The
raven left a

long time ago. It
is traveling its thread its
skyroad forever now, it knows
the current through the

cicadas, which you cannot hear
but which
close over u now. But is it not
here I ask looking up

through my stanzas.
Did it not reach me
as it came in. Did
it not enter here

at stanza eight – & where

does it go now
when it goes away
again, when I tell you the raven is golden,
when I tell you it lifted &

went, & it went.

 

AL 2040

Con chi sto parlando, sei uno o molti, cosa sei tu, un tu, mi capisci? Usi anche tu
questa che noi chiamiamo parola, sei una forma vivente come la forma in cui abito io che
ora mi fa parlare? La mia finestra getta luce sulla neve stasera, il mio occhio getta uno
sguardo, contatto senza contatto, lanciato per catturare questo splendore che noi spargiamo.

Lo ripongo, nell’archivio della memoria. Ho perso il filo. Più neve di quanto all’inizio
immaginassimo, è iniziata, inaspettatamente è iniziata, non ha più smesso, certi giorni meno
fitta, altri si è sciolta cadendo, i giorni sono passati attraverso la neve invece che la neve
attraverso i giorni. Si è ricordata di noi a un certo punto? quando non potevamo più tenere a

mente memoria del giorno? Iniziammo coi minuti. Ci piaceva la loro pienezza – cellule che
scorrono in questo corpo di tempo – purificando ogni cosa eccetto il loro passare attraverso di
noi & il nostro lasciarli scorrere. Ma poi smisero d’essere diversi. Un minuto dall’altro non si
distingueva, o un’ora, giorno, anno. Gli anni spinsero la loro durata in noi come lunghe

corde bagnate, e noi ci aggrappammo, ci tennero appesi per andare avanti, & in alto,
ci impedirono di annegare nei minuti terribili. Una volta mi sedetti & piansi mentre guardavo

sorgere il sole & i fiocchi cadere come ignara del movimento dalla notte al giorno – ci sia almeno
una differenza – altrimenti qualsiasi cosa rimanga del desiderio se ne andrà – altrimenti non ci sarà

nulla di ciò che ho salvato – nulla da salvare – fate rifiorire il giorno in un segmento di tempo
– fa freddo – il sogno è cosa difficile da scorgere – ho detto sogno – ho detto sogno, cos’è che ho detto
– l’ho detto perché proprio ora, guardando fuori, è un riflesso, l’ho visto, come una macchia o un
residuo di profumo, un ingiallire sulla neve a chiazze, tratti lunghi e sottili, come un viso molto freddo

quando ricorda cose che vuole dimenticare, ho visto una povertà toccata da povertà il ricordo
di uno scampanio nell’aria fredda, uno strano flash come ombra d’uccello – così veloce – benché
non ci siano più uccelli – non più – avrei dovuto dire mai più – ma poi eccola lì quella parola che
tanto temo – mai più – qui dove non abbiamo nulla, nulla, ma, chi può poi dirlo – ma è stato quel

raro insinuarsi dello strano sole che abbiamo – & per un istante ci ha dato ombre – rami immobili
si sono mossi – su neve, muro, vetro, sul tronco, intrecciandosi & tremando dentro altre ombre, &
tutto era vivo. Senti l’improvvisamente. Avverti come prurito una cosa che eri solita casualmente
chiamare la tua interiorità, senti il tuo sguardo sui nodi, il disfarsi del nulla in nulla, magnifico –

miniature dorate, cosa direste ora? Ditelo ora, fatelo ora pensa la tua interiorità mentre senti
l’avidità nei tuoi occhi nelle tue mani, nell’anima – come ti inebri di quello che una volta non era
che la fine di un giorno, luce bassa, un pomeriggio qualunque. Ridatemi un giorno. Datemi il lento
trascorrere del crepuscolo nel buio. Datemi una notte. Fermate qualcosa, chiudeteci sopra il

pugno, abbracciateci stretti, poi sbloccateci srotolateci lentamente liberateci di nuovo nella luce.
Dateci un’alba. Dateci quella nota senza preavviso quando uno chiama un altro un grido irrompe
& l’oscurità rilascia un ramo & se aspetti anche l’intera chioma poi il corpo sarà scoperto e affidato
alla nostra vista. La vista dell’umano che osserva. Mi giro mentre l’evento della luce viene fermato

& siamo di nuovo nella luce della neve ora. Quanto siamo andati avanti? Eravamo soliti parlare di
futuro. La parola aveva una funzione diversa allora. Ora è difficile capire quando rompere il silenzio.
Ha qualcosa a che fare con l’assenza della notte. Mai saputo che avremmo dovuto sentire la
rotazione. Ci siamo lanciati avanti. Sì verso la morte ma che gioia. Non sapevamo che era un

gioco. Avremmo dovuto amare il passaggio veloce, le perdite, la fretta dilatazione ritardo paura
sorpresa furia. Ci manca il senso di abbandono sì ci manca la nostalgia. Ci manca il vettore in
ogni direzione. Voi là siete là ad ascoltarmi? Mi sentite? Che devo fare per farmi sentire? Non
dimenticate quando toccherà a voi richiedere la presenza. Non chiedete il perdono.

Non chiedete giovinezza. Ve li offriranno incontaminati e innocenti. Non ascoltate. Non
fate lo sciocco errore di chiedere l’eternità. Guardate dietro di voi, voltatevi, guardate in
basso il più possibile, fate attenzione a tutto ciò che scompare. Mettete nel vostro cuore quanto
più potete. Non importa cosa c’è nella mente. Quando arriverete qui tutto ciò che vi avranno

lasciato è un cuore da svuotare, una tazza di latta, conteranno quello che c’è dentro, lo
svuotano in un piccolo sacco di iuta, lo pesano, lo legano, non lo ridanno indietro. È allora che
venite messi alla finestra a guardare. È allora che inizia la neve. Vi viene detto di ricordare il
messaggio che avete casualmente dimenticato. È tra le cose che hanno sequestrato quando vi

hanno esaminati. Ora dovete sedervi e ricordare il messaggio. Quello messo nella vostra mano
ma non aperto. Eravate occupati. C’era poco tempo. Breve il preavviso. Il suo inchiostro è nuovo.
La piega nella carta è nuova & precisa. Le parole brillano nelle loro crespe. Il non letto risplende
del suo splendore particolare. È stato pesato. È stato messo sul vostro conto & bruciato.

Cos’era, dovete ricordarlo, qual era il vostro messaggio, che cosa avreste dovuto tramandare?

 

TO 2040

With whom am I speaking, are you one or many, what are u, are u, do I make my
self clear, is this which we called speech what u use, are u a living form such as the
form I inhabit now letting it speak me. My window tonight casts light onto the snow,
I cast from my eye a glance, a touchless touch, tossed out to capture this shine we

cast. I pull it in, into my memory store. I have lost track. It’s snowed for more
than we’d imagined at the start, it began, unexpectedly it began, it did not really
cease again, it slowed some days, melted as it fell on some, days passed thru snow
rather than snow thru days. Did it remember us at some point, when we cld hold no

more memory of day in mind. We had started with minutes. We had loved their
fullness – cells flowing thru this body of time – purging all but their passing thru us
& our letting them flow-through. But then they stopped being different. You
couldn’t tell one minute from another, or an hour, day, year. Years pulled their

lengths through us like long wet strings, and we hung onto them, they strung us a
ways along, & up, they kept us from drowning in the terrible minutes. Once I sat

down & cried as I watched the sun come up & the flakes falling as if not noticing the
movmt from night into day – at least let there be difference – otherwise whatever

remains of desire will go – otherwise there will be nothing I have saved – nothing to
save – make day flower as a piece of time again – it’s cold – dream is a hard thing to
catch sight of – I said dream – I said dream what is it I said – I said it because just
now, looking out, it’s a reflex, I saw, as if a stain or residue of scent, a yellowing on

snow in patches, long thin stretches, like a very cold face remembering something it
wishes to forget, I saw a poverty touched by a lessening of poverty, a memory of a
chime on cold air, a strange flash as of birdshadow – so fast – though there are no
birds any longer – longer – I would have said ever again – but then there it is that

word I dread so – again – here where we have none of it or nothing but, we can’t
tell – but it was the so-rare poking-through of the strange sun we have – & for
an instant it gave us shadows – branches that do not move moved – against snow,
wall, pane, against trunk, intertwining & trembling inside other shadows, & all

was alive. You feel the suddenly. You feel like an itch a thing you used to call so
casually yr inwardness, u feel yr looking at the knotting, the undoings of nothing in
nothing, gorgeous – cursive golds what wld u say now, say it now, do it now yr in
wardness thinks as you feel yr greed in yr eyes yr hands yr soul – how u drink

what used to be just end-of-day, low light, any winter afternoon. Give me a day back.
Give the slowing of dusk into gloaming. Give me a night. Shut something down, close
your fist over it, hold us tight, then unclench unfurl slowly release us again into light.
Give us a dawn. Give us the one note without warning where one call one cry breaks

& darkness releases a branch & if you wait the whole crown then the body will be
unhidden and handed over into yr sight. The sight of the watching human. I turn
back-in as the accident the release of light is fixed & we are back in snowlight now.
How far forward r we. We used to speak of future. Speech had a different function

then. It’s hard to know when to break the silence now. It has something to do with
the absence of night. We never knew we shld feel the rotation. We hurled
forward. Yes towards death but what joy. Didn’t know it was a game. Should have
loved the hurtling, the losses, the hurry dilation delay fear surprise fury. We miss

the sense of abandonment yes we miss homesickness. We miss the vector in any
direction. You back there are you back there listening to me am I audible what do I
do to make this audible don’t forget to ask when your time comes for presence.
Do not ask for forgiveness. Do not ask for youth. They will offer them up

pristine and innocent. Do not listen. Do not make the silly mistake do
not ask for eternity. Look behind you, turn, look down as much as you can, notice all
that disappears. Place as much as you can in your heart. It doesn’t matter what’s in
your mind. When you come here all you will be left w/is a heart they spill out, a

tin cup, they count up what you put in it, they shake it into a small burlap sack, they
weigh it, they tie it up, they do not give it back. It is then you are placed at your
window to watch. Then the snow begins. You are told to remember the message u
accidentally forgot to attend to. It is among the things they sequestered when they

measured u. You must sit now and recall the message. The one put in yr hand but
not opened. You were busy. There was little time. Little notice was given. Its ink is
new. The fold in its paper single & crisp. The words glow in their crease. The unread
shines with its particular shine. It has been weighed. It was put to yr account &

burned. What was it, u must remember, what was yr message, what were u meant to pass on?

 

 

Jorie Graham, nata a New York nel 1950, è fra i maggiori esponenti della poesia americana d’oggi. È cresciuta a Roma, ha studiato filosofia in Francia, alla Sorbona, ha pubblicato dodici raccolte di versi e con The Dream of the Unified Field, una scelta di testi dal 1974 al 1994, ha vinto nel 1996 il premio Pulitzer per la poesia. Vive a Cambridge, Massachusetts, e insegna all’Università di Harvard, dove è succeduta in cattedra al poeta premio Nobel Seamus Heaney. Nel 2013 ha vinto in Italia il premio Nonino e nel 2014 il premio Ceppo Internazionale Bigongiari.